( Cinema ) – Recensione: Gli Abbracci Spezzati

2 01 2010

Los abrazos rotos ” di Pedro Almodòvar, 2009


Il cinema di Almodòvar è sempre stato costante riflesso di un’estetica cromaticamente passionale, votata all’amore assoluto e alla tragedia sentimentale come tutt’uno portante della realtà. In moltissimi dei suoi lavori, alcuni incredibilmente mirabili per pathos e simultanea leggerezza, l’essenza della proiezione era votata al rapporto vivamente sessuale con il passato: la dicotomia tra i ricordi e il presente innescava un complesso e colorato susseguirsi di stati e processi; tutto scorreva carnalmente tra l’identificazione con l’ideale e la mutevolezza del contingente.Gli abbracci spezzati “ sembra inquadrarsi troppo retoricamente nei binari che Almodòvar ha segnato nel corso della sua vita cinematografica e forse l’eccesso di zelo e di protervia che il regista impone alla sua pellicola, altro non è che la sintomatica espressione di una fisiologica morte ispirativa: il dramma, a metà tra mielosità ed oscuro noir, genera se stesso in un perpetuo gioco di situazioni e di incastri, acuisce ogni singolo elemento della narrazione gigioneggiando e moltiplicandolo all’eccesso fino allo sfinire, gli amori e le tragedie si compongono e si esprimono in un fluttuante mosaico di eccessi e di cliché ( il protagonista, regista virilmente emotivo, reso cieco; la protagonista, umilmente romantica in cerca di riscatto; il marito geloso, empiamente ricco ed innamorato; la famiglia di lei avversata dalla sofferenza ) che altro non sono che la parodistica espressione di una realtà ideale e la riproposizione “ aggiornata “ dei soliti topoi almodòvariani. Come se la forzatura retorica non fosse ancora esaustiva, a tratti si ha l’addizionale impressione che l’intera pellicola altro non sia che un dedito tributo alla figura, silenziosamente venerata, di Penelope Cruz ( nonostante a tratti sia davvero superba ); eppure al cospetto di tale caduta di auctoritas il peccato più veniale di Almodòvar è sopratutto la predilezione per l’estetica del melodramma e per l’abbandono di un discorso complesso e psicologico sulle gioie e i dolori, sui desideri sulle pene dell’amore. L’intero film descrive: inquadrature eclissate e tenuamente suggestive, simbolismo associativo e dialogare raffinato, colori e rime, ma non emoziona. La bravura del regista, netta e limpida, si intuisce, ma banalmente sprofonda.

Voto: 4 su 7





( Attualità ) – Punti di Vista: Vendola manovra e Vendola dice bugie

2 01 2010

di CARLO VULPIO

Il “laboratorio politico” del centrosinistra che la Puglia, a torto, si vanta di essere, ha già consegnato il governo della Regione al centrodestra. Le elezioni di marzo serviranno soltanto a stabilire le cifre della sconfitta: 35 per cento a 65,oppure 40 a 60, o tutt’al più un 45 a 55.

Non che il centrodestra non sia favorito a prescindere, visto il disastroso risultato complessivo della giunta regionale uscente e, soprattutto, lo scandalo della Sanità (soffocato il più possibile, finora anche in sede giudiziaria, nonostante nei modi e nelle proporzioni si presenti come il più pesante d’Italia), ma insomma, con un po’ di buona volontà e facendo pulizia al suo interno forse il centrosinistra avrebbe potuto emendare se stesso e ripartire con il piede giusto.

Invece no. E tutto questo soprattutto per “merito” di un uomo solo al comando, quel Vendola Nicola da Terlizzi che sta dimostrando di essere ciò che è sempre stato: un lupo travestito da agnello, un membro di apparato sotto le mentite spoglie di politico naif, un commerciante levantino di parole finte e un politicante dalla doppia morale, un pifferaio che porta i topi a morire ma li accarezza prima di farli annegare.

Vendola non è il solo a essersi dimostrato attaccato al potere, è vero. Ma Vendola è peggiore degli altri perché giura e spergiura di non essersi fatto “stravolgere, né mangiare il cuore dal potere”. Lui, il più pagato presidente di giunta regionale d’Italia, con i suoi 25 mila euro al mese. Lui, “l’ambientalista” che vende come una conquista la legge-truffa sui limiti di emissione della diossina a Taranto (come ho dimostrato nel mio libro “La città delle nuvole”), dove si produce il 93 per cento della diossina italiana e dove ogni due settimane un bambino si ammala di leucemia. Lui, che ha firmato sei contratti ventennali per altrettante discariche con la Cogeam, in cui spiccano il gruppo Marcegaglia e la Tradeco, società, quest’ultima, leader nella raccolta e nello smaltimento dei rifiuti al Sud, ma anche grande elettrice di Vendola e dell’ex assessore regionale alla Sanità, Alberto Tedesco (Pd, indagato per gravi reati), e soprattutto società i cui vertici sono inquisiti in blocco per quella connection rifiuti-sanità che è il cuore nero delle inchieste sulla Sanità in Puglia.

Nonostante tutto questo e molto altro, compresa la elargizione di denari a pioggia nel periodo pre-elettorale (Con 150 milioni Vendola ha già vinto), il Vendola ligio osservante della democrazia parlamentare all’improvviso si scopre populista e per conservare la cadrega ora si appella direttamente al popolo. Anzi, come dice lui, “il mio popolo”. Ma sì, “mira il tuo popolo, o bella Signora…”, nemmeno fosse la Madonna.
Se c’era una speranza, anche piccola piccola, di poter contendere il governo regionale al centrodestra con una coalizione (Pd, Udc, Idv, Prc, Verdi, ecc.) che sembra la quadratura del cerchio, ma che aveva trovato un accordo sul nome del sindaco di Bari, Michele Emiliano (Pd), questa speranza è evaporata grazie all’accanimento terapeutico di Vendola su se stesso. Il quale magari spera di risuscitare grazie alla possibilità che l’Udc vada da sola e poi, se vince lui, dietro congrua ricompensa (che so, la vicepresidenza), l’Udc si butti a sinistra. Un ragionamento contorto e doppiogiochista? Certo, ma come credete che si ragioni dietro le quinte?

“Mi candido lo stesso, anche se Udc e Idv non sono d’accordo sul mio nome”, ha detto Vendola. Candidarsi a tutti i costi è un suo diritto, per carità, ma significherà pure qualcosa il fatto che, appresa la notizia, nel centrodestra abbiano stappato in anticipo lo spumante? E che anche don Luigi Verzè, il prete fondatore dell’ospedale San Raffaele di Milano, grande amico ed estimatore di Vendola, abbia fatto salti di gioia nonostante i suoi novant’anni?
Don Verzè, un paio di mesi fa, a Milano, dichiarò che i pugliesi avrebbero dovuto votare Vendola, perché, “come Silvio Berlusconi , è una di quelle poche persone che hanno un fondo di santità”.

Se non sarà così, aggiunse il vegliardo, chiamerò Vendola a fare il presidente del nuovo ospedale San Raffaele. Il prete – del quale papa Paolo VI disse che doveva stare un po’ più vicino a Dio e un po’ più lontano dagli affari (che infatti lo hanno portato spesso ad avere a che fare con la giustizia) – non parla tanto per parlare.
Il San Raffaele a cui si riferisce don Verzé è un nuovo ospedale, un affare da 300 milioni di euro, da costruire, guarda un po’, a Taranto, per farne “il San Raffaele del Mediterraneo”.
Come mai, se a Taranto di ospedali ce ne sono già due (grandi e nuovi, ma lasciati andare in malora)? Per farne un centro oncologico – azzarda qualcuno –, così l’acciaieria Ilva e il polo industriale preparerebbero i morti e l’oncologico, alla fine della triste filiera, li accoglierebbe, prima di passarli al camposanto.
Ma no, scemini, no. Il “nuovo San Raffaele”, con i rimborsi per i malati terminali, ci farebbe gli spiccioli per la birra. Il nuovo ospedale invece punterebbe alle protesi (sì, proprio le protesi degli scandali recenti), che sono la vera, nuova frontiera del business sanitario.

Ma torniamo alla cosiddetta “guerra fratricida” che Vendola ha ingaggiato con il suo ex sodale Michele Emiliano, per la candidatura alla presidenza della Regione Puglia.
Vendola ha cominciato con il mandare in giro per la Puglia una pattuglia di 40-50 persone, sempre le stesse, che “in suo nome” interrompono e disturbano le assemblee di altri gruppi politici – non solo del Pd, com’è accaduto a Bari, ma anche di altri gruppi del centrosinistra, quali Verdi, Prc, Idv, associazioni della società civile, com’è accaduto in diverse altre città pugliesi. Poi, con il sostegno di gran parte della stampa e della tv, ha intonato una lamentazione pubblica per dare di sé l’immagine di persona “al di fuori dei partiti” (!) e di politico partorito direttamente dal ventre del popolo. Infine, ha giocato a fare il candidato “anche” del Pd pur senza far parte del Pd. E questo grazie a una “sponda interna” del Pd, in cui si distinguono per l’alacrità dell’impegno a favore di Vendola il segretario regionale Pd, Sergio Blasi , e l’assessore regionale alla Trasparenza, Guglielmo Minervini . Blasi è sindaco di un piccolo comune del Salento, Melpignano , noto per la “Notte della Taranta”, e non si capisce perché non abbia continuato a occuparsi di “pizzica”, visto che lo aveva fatto così bene. Mentre Minervini, come assessore regionale alla Trasparenza, si è distinto, nonostante i circa 20 mila euro al mese di stipendio per garantire, appunto, trasparenza, per aver sempre fatto orecchio da mercante (come Vendola) con le ventiquattro associazioni di Taranto che gli chiedevano di pubblicare online i risultati delle analisi (autofinanziate) sul latte e sul formaggio contaminati dalla diossina.

In tutta questa faccenda Michele Emiliano, che pure non è un ingenuotto, fa tutt’al più la figura dell’orso del luna park, tre palle un soldo e chi vuol colpire il bersaglio faccia pure, purché colpisca bene. Non che Emiliano sia una “vittima”, dal momento che si è infilato in una lotta di potere diventata ogni giorno più squallida. Ma, contrariamente alle apparenze, è lui l’anello debole adesso, anche perché non ha le malizie di Vendola.
Quest’ultimo, pensate, è riuscito a imporre in agenda il tema “primarie” , quella specie di elezioni che dovrebbero certificare la democraticità della scelta di un candidato. Scrivo “primarie” tra virgolette perché in Italia queste “elezioni” sono una pagliacciata: non c’entrano nulla con il nostro sistema costituzionale ed elettorale e nemmeno con il nostro bipolarismo forzato, che è soltanto una caricatura del bipartitismo americano.
Ma le “primarie” che vuole Vendola sono ancora peggiori. Poiché sono soltanto quelle che piacciono a lui. Come le “primarie” del 2005, per intenderci, quando – lo scrissi, in perfetta solitudine, sul Corriere della Sera – Vendola vinse con il fortissimo sospetto di brogli contro Francesco Boccia (attuale deputato Pd, che solo oggi denuncia pubblicamente quei brogli). Vendola in alcune sezioni raccolse anche percentuali del 90 per cento , con seggi e schede controllati e scrutinati dai suoi sostenitori.

Per la cronaca, anche le elezioni regionali che seguirono, Vendola le vinse sotto la nerissima ombra del sospetto di trucchi e di brogli. Raffaele Fitto , piaccia o no, le perse anche perché migliaia di schede e di verbali erano stati “ritoccati” a suo sfavore. Ci furono ricorsi e controricorsi, ma la decisione finale, contro una giurisprudenza che fino a quel momento si era regolata in senso opposto, bocciò Fitto e promosse Vendola e, soprattutto, stabilì che le schede sospette non dovessero essere ricontrollate.
Le uniche elezioni che le truppe cammellate di Vendola non sono riuscite a condizionare (com’è accaduto in Calabria , per esempio, dove per questi episodi ci sono state denunce degli stessi militanti) sono state quelle per la segreteria del Prc.
Vinse Paolo Ferrero , l’attuale segretario, una persona seria e per bene, ma Vendola non gradì e abbandonò il Prc. Come quelli che giocano a pallone ma se non vincono abbandonano la partita e si portano via pure il pallone.
E tuttavia Vendola invoca “primarie”. Ma di chi, e con chi, nessuno glielo chiede. “Primarie” di coalizione? E di quale coalizione, se nel centrosinistra non ce n’è lo straccio di una che sia una? “Primarie” interne al Pd? Ma allora perché non si iscrive al Pd e la fa finita?
L’idea che Vendola, da portavoce nazionale del suo nuovo partito, Sinistra e Libertà, possa imporre “primarie” a un altro partito, il Pd, e contemporaneamente alzi il ditino per giudicare l’Udc e l’Idv “cattivi” se non lo appoggiano, “buoni” se lo sostengono, o è un’idea da neurodeliri o, più probabilmente, è un modo per stare al centro della scena, per stare a galla comunque vada,. “O io, o nessun altro” insomma, oppure, se preferite, “Dopo di me, il diluvio”.

E Michele Emiliano? A questo punto, o lascia perdere e continua a fare il sindaco di Bari, dove è stato rieletto sei mesi fa, oppure, se ci crede davvero, spariglia le carte e si candida alla guida della Regione. Ma deve farlo senza chiedere di modificare la legge che impone al sindaco di dimettersi preventivamente. Legge che, per quanto fortemente dubbia dal punto di vista della sua costituzionalità, se venisse modificata in corsa apparirebbe come una misura “ad personam”.
Se Emiliano si candidasse senza questo “paracadute” si giocherebbe tutto. Ma andrebbe alla battaglia con argomenti non molto diversi – acqua pubblica, rifiuti, energia - da quelli ripescati da Vendola solo a tre mesi dalle elezioni. Emiliano potrebbe cioè giocarsi un programma elettorale che gli darebbe una statura politica di alto livello, sia per i contenuti, sia perché non sospettabile di essere stato dettato dall’alto o da altri (le ipotesi di “ mani sull’Acquedotto pugliese”, per intenderci, addebitate al quartetto D’Alema-Letta-Casini-Caltagirone).
La candidatura di Emiliano e il suo programma, inoltre, costringerebbero Vendola a uscire allo scoperto. Poiché se Vendola si candidasse lo stesso – come ripete ossessivamente – invece di appoggiare Emiliano, che avrebbe dalla sua la più ampia coalizione possibile, fornirebbe la prova che l’unica “Puglia migliore”, per Vendola, è quella che va meglio a lui. A quel punto, anche gli elettori più ingenui capirebbero e si comporterebbero di conseguenza.

Ma c’è un ma: affinché questo accada, Emiliano dovrebbe avere il coraggio di fare una mossa ardita e inusuale per la palude politica italiana. Che gli darebbe grande solidità e autonomia politica, se gli riuscisse, ma che potrebbe anche scontentare i suoi referenti romani.
Quindi, non se ne farà nulla. Il centrodestra vincerà (o vincerà Vendola, se funziona l’accordo sottobanco con l’Udc), ci saranno un po’ di polemiche post elettorali, e poi Vendola andrà in vacanza in un’isoletta dell’ Egeo. Magari insieme con Emiliano. Ma anche no. Chissà.

( Fonte: www.carlovulpio.it )





( Cinema ) – Monografia: A Serious Man

28 12 2009

A Serious Man ” di Joel and Ethal Cohen, 2009

In “ Burn After Reading “ lo sguardo dei fratelli Cohen sottolineava, con la fattezza di una commedia dai ritmi sincopati e dall’ humour parodistico, l’immagine caricaturale e le dinamiche tregendate dei servizi segreti americani, metafora trascendente del più ampio senso d’inquietudine e disorientamento ( al limite del paranoico ) dovuti agli inafferrabili motivi dell’esistenza. Galvanizzati dalla brillantezza del risultato, al limite del geniale, e dall’ottima resa al botteghino ( aspetto sempre finemente ricercato ), gli autori di “ Fargo “ ne replicano l’essenza in “ A Serious Man “, un film che sì ripropone il tema della spiazzante irrazionalità esistenziale, ma ne modifica impalcatura e la profondità d’analisi, spostandola dal piano immanente a quello imperscrutabile della “ volontà divina “ ( decisivo in questa direzione è l’incipit: una “ guida introduttiva “ alle sensazioni profonde del film ).

Larry Gopnik è un moderno Giobbe, che al cospetto di una vita tranquilla e moralmente ligia, si trova improvvisamente scosso da una serie di paradossali e non-sensati eventi, che ne scuotono dapprima la quiete e fatalmente la lucidità; lo scenario è quello dell’apatico Minnesota ( la stessa plastica identica location di Fargo ) e l’anno in corso è il ( simbolico ) pre-rivoluzionario ‘67: la messa in scena dei Cohen è perfetta per enfatizzare lo stralunamento concettuale del protagonista, che da fisico accademico, dapprima cerca di rispondere alla drammaticità del caso con le assunzioni proprie della disciplina in corporis e successivamente con lo sconfessato affidamento alle autorità religiose della comunità. In un’atmosfera da problem solver, la dicotomia scienza-fede è presente, ma è accennata solo nei risvolti più tragicomici: la fisica muove Gopnik, ma lo inchioda nell’indeterminatezza del principio di Heisenberg e lo annulla ontologicamente nel Paradosso del gatto di Schrödinger, la fede ebraica invece, culturalmente ossessiva, ma emotivamente nulla, lo conduce al cospetto di rabbini che con surreale comicità tanto deliziano lo spettatore quanto scuotono le basi razionali del ulteriore “ uomo che non c’era “.

L’impatto dei Cohen, nonostante un ritmo forse eccessivamente lento, antitetico all’idea che muove l’opera stessa, è sofisticatamente delizioso: ci si muove nel limbo tra la tragedia umana e la commedia, tra il sorriso e la cupa empatia: un perfetta commistione di gioia e dolore ( riflesso ).

Lo sviluppo della proiezione procede primariamente attraverso la fusione tra il piano narrativo e quello più squisitamente concettuale: le vicende di Gopnik si proiettano e si arricchiscono con le cardini figure del fratello ( abusivo inquilino della sua abitazione ) e del figlio ( apprendista maggiorenne con desìi ribelli ): ideali metafore per i possibili sviluppi esistenziali dell’ “ uomo serioso “. Da un lato la figura del fratello, massima espressione dell’atea teoria probabilistica, rappresenta la degenerazione logica e razionale, presto condannata dai Cohen nel brusco scivolare nella follia prima e nella depravazione poi; d’altro lato il figlio, scorretto e scomposto, reazionario ed annoiato dai dettami della fede, che nella sua imperfetta iconografia rappresenta l’antieroica soluzione alla tragedia del protagonista: la ribellione.

I Cohen ormai nel classico della loro cinematografia avanzano dilemmi, propongono soluzioni, ma mai cadono nella vera redenzione: sul punto di una probabile conversione, la telefonata di un possibile male mortale entra drammaticamente nella vita di Gopnik e la freddezza del canale, l’ovvio dubbio circa l’esito, presto assumono associativa realtà nell’immagine terrifica e distruttiva di un tornado all’orizzonte: poesia. Il male diventa reale e con il sorriso sulle labbra ci si rassegna alla fatalità della vita.





( Cinema ) – Monografia: Il Nastro Bianco

29 11 2009

” Das Weiße Band ” di Michael Haneke, 2009


Con gelida e distaccata narrazione, in un complesso di acromatiche e spassionate immagini, Hakene dà vita ne “ Il Nastro Bianco “ ad una critica netta e deconcettualizzata di una Germania che con sonnolenza ed abbaglio ideologico, si avvicina al tumultuoso scoppio della Prima Guerra Mondiale. L’apparente fissità nella simbolica cittadina rurale, permeata di assolutizzazioni religiose e sociali, viene sconvolta da una serie di irrazionali e tragici eventi ( bambini torturati, atti vandalici, misteriose morti, tentati omicidi ) che con destabilizzante impatto ne smuovono reazioni e coscienze. Il regista, sfruttando le ansie della popolazione ai fatti, costruisce un’acritica e quasi documentaristica analisi della popolazione stessa, ponendo agli occhi dello spettatore, con brutalizzante rilevanza, le enormi contraddizioni e il cinismo di una generazione, quella dei padri, che con castranti dettami e con fondata misantropia, guida e dirige l’alienata generazione dei figli, i logici colpevoli degli eventi tragici.

La contrapposizione padri-figli è la struttura portante dell’intera proiezione: Haneke con abilissimo senso della metafora e con innata conoscenza delle dinamiche umane, analizza le condizioni di base che, anni a seguire, genereranno l’orrore del Nazismo: i figli sono il prodotto di quella stessa saturazione che caratterizza i padri e il Reich hitleriano, idealmente, ne rappresenterà sia la condanna che la naturale espressione: condanna per l’educazione imposta e ideale punizione per l’assenza del ragionevole senso critico ( i padri dimostrano sempre totale intransigenza per le proprie concezioni, compresa la vana ammissione di consapevolezza per la responsabilità dei figli ). Nonostante l’intento critico contestualizzato, “ Il Nastro Bianco “ non pone alcun esplicito giudizio formale: rimanendo ad un livello intermedio tra comprensione e distacco, Haneke pone le basi per una poetica analisi globale, universale, una valutazione analitica, sui generis, dell’impatto nichilista dell’assolutizzazione e dell’intrinseca debolezza della natura umana, rappresentata al parossismo dalla figura del maestro-narratore: un perfetto esempio di buone intenzioni e codardia, di modi e maniere e di educata omertà, colui che tanto pavidamente lascerà il villaggio al suo destino: l’essere umano nella sua silenziosa mediocrità.

Se la dicotomia generazionale è la struttura, la dinamicità interna è affidata, in maniera bidirezionale, al tema della sessualità: Haneke rappresenta lo sconvolgimento dell’espressione libidica come indicatore fondamentale di una società al collasso: l’asessualità imposta dal Pastore ai propri figli opposta alla pedofilia e la misoginia coniugale del medico nei confronti della figlia e della levatrice, la timorosa prudenza del maestro nei confronti dell’amata Eva in netto contrasto con l’emancipata ricerca di passione della Baronessa sono tutti magistrali esempi di perdita ( o eccesso ) della dimensione affettivo-sessuale.

Lo scenario e il paesaggio restano sempre inespressivi, freddi e bloccati ( la scelta del bianco e nero è funzionale anche a questo ), pur esprimendo nei momenti più distesi una paralizzante luminosità, essi contribuiscono in maniera decisiva alla costruzione di un universo fortemente definito dal nulla, dall’assenza: le prospettive, le inquadrature sono “ossimori” visivi, contrapposizioni alla vastità delle inquadrature e degli spazi: l’ideale scenario per la morte di una generazione.

La profetica sentenza della sorella maggiore al fratellino ( “ Tutti dobbiamo morire un giorno, anche tu…” ) non lascia spazio alla compassione, eppure Haneke è regista di classe smisurata e mai si lascerebbe andare al banale “ giustizialismo “ esistenziale: nel vuoto totale d’umanità, quasi accennata, minuscola nella sua così delicata innocenza, la figura del figlio minore del Pastore ( il dono dell’uccellino salvato per redimere il padre dalla tristezza ) rappresenta l’ideale speranza di una generazione annientata che, dal nastro bianco al bianco sinonimo di purezza, passerà in un tremendo raptus di ragione alla ricerca della purezza con l’effige al braccio della svastica.





( Attualità ) – L’Opinione: Il silenzio del complice

17 11 2009

La manifestazione che si terrà a Roma il 5 Dicembre di quest’anno contro il ” berlusconismo ” e contro le sue più becere appendici ha scosso molta della saggia opinione pubblica per un fatto, da molti purtroppo considerato, come un normale disaccordo politico. Pierluigi Bersani, pupo del D’Alemiano processo Unipol, nonchè leader dell’opposizione ( è una burla, scusate! ) e della seconda componente politica del Paese ha rifiutato l’adesione alla manifestazione. Perchè, io mi domanda con grandissima ingenuità. Potrebbero essere molte le possibile spiegazioni: da un solito compiacimento alla partecipazione per ciò che si organizza da sè, o per l’eccessiva personalizzazione della protesto ( il sommo in persona ) o per l’astio che lega l’uomo delle liberalizzazioni ( seconda burla, scusate! ) al leader dell’IDV; tutto potrebbe essere degno di menzione, ma dal basso della mia poca autorevolezza sono per una tesi più rabbiosa e dissuadente: ciò che lega il PDL e il PD, al di là di una fittizia competizione politica, è la stessa più intima sostanza. Le stesse ipocrisie, le stesse indecenze, i medesimi errori, le solite antitesi: la’identica forma. Sono complici, non rivali, e fanno di tutto per non ostacolarsi troppo: Bersani ne è l’esempio più univoco: figlio di partito dell’uomo dell’inciucio, l’uomo con il baffetto sovietico. Io personalmente farò di tutto per partecipare al No B-Day ( manifestazione si noti bene creata dal popolo della Rete, spontanea, non da una gendarmeria con il simbolo ) per non sentirmi complice silenzioso di una bassezza che solo in un futuro riusciremo a comprendere a pieno.





( Cinema ) – Recensione: Funny Games

9 11 2009

” Funny Games ” di Michael Haneke, 2008

funny_games_poster3_horrorRemake dell’autore stesso, ” Funny Games “, è senza ombra di dubbio una delle opere meglio riuscite e complesse del maestro austrico Haneke. Con il pretesto di un film violento e disturbante, impropriamente paragonato ad ” Arancia Meccanica “, il regista nativo di Monaco di Baviera realizza un metafilm sulla cinematografia e sull’espressione cruda e spassionata che della violenza si fa nei media. L’opera di Haneke non verte sul gusto sadico: le scene più drammatiche sono solo accennate, svelate da dettagli in fase ormai conclusa e accresciute nel patos più dalla regia che dal contenuto in sè. I giovani che con esperate buone maniere irrompono nella casa delle vittime per consumare gli omicidi sono la quint’essenza dell’antitesi rispetto ai soliti maniaci squilibrati di cui il cinema è ( purtroppo ) saturo ed avanzano, con il loro traculento gioco, spiazzando lo spettatore nel rapporto audience – personaggi: i giovani si muovono in un constesto iperrealistico, eppure rompono la fiction della narrazione sia interagendo con lo spettatore stesso, sia modificando il senso temporale della vicenda ( la scena epica del rewind ); l’effetto complessivo è sconfusionante: si è immersi nella vicenda fno alla nausea eppure si possiede consapevolezza che tutto non sia vero, tranne il dolore ed il rammarico che si prova per le vittime. La violenza nel cinema, e nei media, rompe invece l’incantesimo di Haneke con somma mancanza di rispetto per la figura delle vittime: muore la compassione con l’espediente del realismo, si è distaccati alla sofferenza per il puro gusto del macabro: è questa la critica presente in ” Funny Games “. Un film che con perfezione tecnica e perizia rappresenta un raro esempio  di critica alla cultura dell’immagine. Straordinarie le interpretazioni degli attori   ( Naomi Watts, Tim Roth, Michael Pitt ) per un film di valore assoluto.

Voto: 7 su 7





( Letteratura ) – Sguardi: Discussione sull’ essenza dell’Arte

5 11 2009

m9ytUn dibattito su cosa sia Arte e cosa non, l’impossibilità di una definizione e l’esigenza di un criterio di demarcazione tra il Bello e il Prodotto; la mia risoluzione in questa risposta:

Tutto iniziò quando si affermò: ” non si posso mettere a confronto due tipi di arte “, frase giusta, poichè descrive in qualche l’mpossibilità di confrontare Boudelaire con Bach, ma non nel caso di MJ che io, e sottolineo io, non considero affatto arte per una serie di motivi che spiegherò più avanti.

La discussione è continuata sul problema soggettivo-oggettivo, questione che io reputo
banale e priva di ” uscita “, perchè impossibile da concettualizzare: mi pare ovvio.
Poi l’accusa si è spostata sulla mia “ostentazione”, obiezione forse vera solo per meriti emotivi: io tendo a caricare molto ciò che dico di passione e forza, non so esprimere senza veemenza e senza l’immagine di “asfaltare” il mio interlocutore, se questo vuole averla vinta nella disputa: in tutti le altre conversazioni posso essere eccentrico, ma tutto sommato cauto.
Tendo a sottolineare che la mia “arroganza” non è sugli argomenti, ma nella forma, vado avanti e vediamo la prima contraddizione.

Ho trovato divertente quando uno due soggetti che hanno sottolineato la mia “ostentazione”, all’inizio della conversazione hanno affermato ” tu non hai mai ascoltato la sua musica ” e non c’è che dire: questa è una bella frase arrogante, contraddizione numero uno, magica.

Scorrendo il discorso è emersa una certa “antipatia” nei confronti della critica musicale, in senso lato, proferita da due persone che rispettivamente hanno affermato: ” i Nirvana hanno cambiato e influenzato anche loro la musica venuta dopo ” e ” i Beatles sono stati la prima boyband della storia “, sentenziano una tipica frase da critico. Non mi piacciono i critici, ma argomento parlando come loro: seconda contraddizione, magici.
( Sottolineo tuttavia che la prima boyband furono i Beach Boys, in quando Surfin Safari dei Beach Boys è del 1962, mentre Please Please Me dei Beatles è del 1963 )

L’intermezzo, è forse qui inizio la vera argomentazione, ha riguardato il tema della cultura: i libri ” non ti permetto di cogliere i sentimenti ” e ” c’è una bella differenza tra savio e sapiens “.
A questo proposito citerò un filosofo indiano, ovviamente non dico di averne letto io l’opera: diciamo che me ne ha parlato un mio carissimo amcio.
Questo filosofo indiano, Abhinavagupta, vissuto attorno all’anno 1000, capace di influenzare il pensiero estetico di Kant e Schiller, affermava:

“per fare esperienza del sapore di un’opera d’arte, e’ necessario non solo che l’opera provochi una reazione emotiva, ma anche che il “fruitore” possegga le capacita’ estetiche necessarie per reagire in un modo appropriato. L’esperienza estetica e’ un processo di scambio: l’artista fornisce l’opera d’arte, e il “fruitore” fornisce le sue capacita’ estetiche. L’apprezzamento (ossia la reazione emotiva che si genera nel soggetto) non e’ un valore assoluto, ma dipende dalle capacita’ estetiche del soggetto. Queste “capacita’” derivano i gran parte dalla “conoscenza” -

La conoscenza ha un ruolo chiave nell’idolatria che moltissime star ricevono.
Molte stars godono di crediti dovuti a “qualita’” che si rivelano essere ubique (i loro fans non sanno che quelle qualita’ sono ubique semplicemente perche’ non conoscono quei musicisti meno pubblicizzati che posseggono quelle stesse qualita’). Per quel che mi riguarda, quelle stars valgono (in sostanza) esattamente quanto tutte le altre. D’altra parte, artisti meno conosciuti spesso esibiscono un maggior talento e una maggiore innovativita’ delle stars.

La citazione del pensatore indiano esprime al meglio e cancella le obiezioni lette su: non sono necessari miei commenti ulteriori.

Arte o non Arte, questo è il problema.
Io nel corso dei miei argomenti ho cercato di evitare questa parola, perchè so quanto sia difficile da controllare: è un termine troppo evasivo e sfuggente, però, sempre un mio caro amico, mi parlò di un certo Schiller.
Schiller nell’opera “Della poesia ingenua e sentimentale”:
“..è impossibile dichiarare cosa sia Arte e cosa non, tuttavia sento di affermare che alcune opere abbiamo maggior diritto di meritare questo status..”.
Tra gli argomenti che Schiller elenca vi sono i tre criteri: autonomia dell’Atto, purezza dell’Intento e libertà di fruizione.
Quanto alla autonomia dell’atto appare evidente come pochissimi esponenti possa meritare lo status di rilievo; con questo argomenta Scaruffi: “..in gran parte, la storia della musica contemporanea e’ stata una storia dei produttori. Il suono sofisticato di questa o quella star era, in realta’, il suono datole dal produttore. La star, al piu’, si limitava a scrivere la melodia. Il resto dipendeva da quanto le etichette discografiche erano disposte ad investire, tra studio di registrazione e musicisti, e dalle qualita’ del produttore (che, tra l’altro, dipendevano da quanto la stessa etichetta era disposta a pagare). Il musicista di oggi “e’” (spessissimo) il produttore.”

Quando MJ creava ciò che cantava?

Con l’ ultimo elemento ( libertà di fruizione) il filosofo tedesco sostanzialmente intende il creare qualcosa senza porre questo come elemento di commercio. Toh! Ecco spiegata la dicotomia ( imprecisa se posta nei termini di commerciale e non commerciale ) tra ciò che io considero Arte e tutto il resto: potrei dire che Zappa è Arte, Jackson è nell’anticamera.

La differenza tra due tipi di Arte, e di musica nello specifico, è insita nei musicisti stessi, che per quantano posso favoleggiare sulla mancanza di criteri discriminativi saranno tutti intimamente concordi sull’esistenza di una gerarchia.
Provate a dire a qualcuno (musicista alternativo o commerciale) che fa della musica commerciale, e quello si scandalizzara’. Provate a dire a qualcuno (musicista alternativo o commerciale) che fa della musica alternativa, e quello ne sara’ lusingato.
La prova si esprime anche indirettamente: anche il musicista piu’ commerciale sara’ tacitamente d’accordo sul fatto che la musica alternativa ha una maggiore importanza, ed allo stesso modo lo sono anche le masse che finanziano il mainstream.
La prova appare certa.

Per quanto questa categorizzazione operata da Schiller possa sembrare arbitraria ( e come ogni categorizzazione presenta criteri soggettivi ) essa è assolutamente necessaria per evitare di associare tutto  con tutto o per evitare che nulla possa essere confrontato con qualcos’altro; di certo un pericolo per l’approccio all’Arte stessa, nonostante sia convinto che non tutti, per una questione di sensibilità, sentano il bisognono di difendere le vere produzioni artistiche, da qualcosa che è, nel peggiore dei casi, solo un oggetto di business.

Ma andiamo ancora avanti.
Per dare ulteriore adito alla differenza tra Arte ed anticamera e per rimanere nell’ambito della musica, gioca un ruolo evidentissimo l’originalità, l’innovazione.

La forza della musica commerciale è che essendo in sostanza sempre simile a sè stessa, sfrutta la debolezza cognitiva dell’uomo di “amare ciò che ha già amato”, per usare un’espressione di Eco.
Un fan di MJ troverà impossibile ascoltare Beefheart o i Throbbing Gristle: le sue preferenze sono modellate su modelli preesistenti, dettati dal solito ed imperioso processo di omologazione; tutto il resto lo spaventa, lo annoia, lo confonde..e magari lo fa sentire stupido ( Eco).
Chi ama sentirsi stupido? Nessuno.

A questo proposito sono interessanti le osservazioni basate sull’analisi di Adorno, parafrasate da Scaruffi: ” Un tema importante nella storia di ogni cosa (di ogni cosa che abbia una storia) e’ il ruolo giocato da convenzione e innovazione. Niente e’ completamente nuovo. Ogni cosa dipende, parzialmente, dal linguaggio pre-esistente, del resto non puoi mai dire cosa e’ nuovo. Delle mere copie di cio’ che e’ convenzionale non sono affatto estremamente interessanti. Qualcuno le puo’ trovare interessanti solo se non e’ conscio che quelle sono, precisamente, “convenzioni”, ossia sono gia’ state fatte prima. Allo stesso modo non e’ interessante l’innovazione che nasce dal puro gusto di innovare: chiunque puo’ afferrare un utensile da cucina ed usarlo per produrre del rumore che non e’ mai stato fatto prima, e sostenere che sia innovazione. Credo che Theodor Adorno ebbe la giusta intuizione quando identifico’ la convenzione con l’oggettivita’ e l’innovazione con la soggettivita’ ( osservazione decisiva, perchè elimina il rischio di considerare tutto come arte, anche il gesto più inutile ). Secondo lui, la grandezza di Beethoven stava nella sintesi di convenzione ed innovazione, di oggettivita’ e soggettivita’ (non potrebbe spiegare le tarde opere di Beethoven, che sono chiaramente piu’ innovative che convenzionali). Il fatto e’ che le convenzioni musicali sono un linguaggio carico di un grande potere. Le innovazioni musicali non sono un linguaggio (non ancora), ma sono (in un certo senso) il messaggio. Quando le convezioni musicali portano innovazioni musicali, accade qualcosa di veramente devastante. Causano un riarrangiamento della nostra vita cognitiva, il cui risultato e’ la nascita di un nuovo linguaggio (convenzione musicale). “

Tornando al banale andiamo avanti.
Però MJ piace ad un sacco di gente! E’ emerso proprio lui da Jackson 5! Bisogna rispettare i suoi fan.

Punto primo:
Un giorno lessi Bacone e questo proferiva le “Origini dell’ignoranza” in suo scritto, tra le cause secondo lui vi erano:

1.autorita’ deboli ed incapaci ingannano le persone (e nella musica rock, sono i critici, spesso troppo codardi per ribellarsi all’industria discografica);
2.l’abitudine (habitus) (nella musica rock e’ quello che passano le radio);
3.mancanza di conoscenze generali (nella musica rock l’audience difficilmente ha qualche conoscenza delle altre arti);
4.falsa saggezza, ossia le persone nascondono la loro ingoranza pretendendo di sapere molte cose.

E la quarta ragione e’ la peggiore: e’ il pericolo prevalente per ogni arte il cui pubblico e’ costiutuito per lo piu’ da persone molto giovani. I giovani conoscono quasi esclusivamente cio’ che viene pubblicizzato o commercializzato nel loro ambiente, e spesso attraggono in questo gioco altre giovani persone. La verita’ e’ che loro conoscono unicamente i propri idoli, e questa e’ precisamente la ragione per cui quelli sono i loro idoli. Anche quando crescono, rimangono fortemente ignoranti: quando sei cresciuto smetti di ascoltare la musica che ti girava intorno quando eri giovane. La tua conoscenza si cristallizza.

Nulla di più chiaro.
Le parantesi le ho prese dal pensiero musicale di Piero Scaruffi.

Procediamo con il punto successivo:
MJ è emerso dai Jackson 5, ci sarà un motivo alla sua grandezza!
Di sicuro MJ era il migliore, il più talentuoso e il più carino dei Jackson 5, ma qusto giustifica poco.
Prendo un esempio: Britney ” Baby One Time” Spears.
Britney prima di essere scelta, dapprima dalla Walt Disney, e poi dalla sua casa discografica, superò un provino tra oltre 2500 candidate: ottimo risultato, non c’è che dire.

Quando alle vendite.
MJ in quasi 40 anni di carriera ha venduto quasi 800 milioni di copie, Briteny in appena 10 anni quasi 100 milioni. La proporzioni di successo in termini di anni, non è la stessa, ma fa capire quanto il successo sia poco diagnostico della qualità: ovvio, no?!

Ultimo punto: “..non puoi giudicare i fan di MJ! Io ascolto tutto, MJ compreso!..”
Argomentazione nulla, ma la commento lo stesso.
Una frase del genere sottolinea l’impossibilità di esprimere frasi di stampo “olistico”, volutamente generalizzanti. Argomento solo con un paradosso, perchè non mi sembra il caso di andare avanti.
I Nazisti non sono stati poi così negativi! Perchè? C’erano un sacco di nazisti che onestamente lavoravano senza aver fatto mai male a nessuno pur essendo sostenitori di Hitler e pur essendo iscritti al partito nazionalsocialista. Punto.

Quando al questione più interessante da me sollevata ( omologazione e massificazione ) ricito Pasolini quando sosteneva che uno dei peggior crimini della società consumistica è quella di riuscire a cancellare qualsiasi forma si sensiblità nei confronti della cultura.
In altre parole Pasolini sosteneva che confondere MJ per qualcosa di culturale è il frutto di un’ omologazione che agisce a livello emotivo. Non dico ovviamente che i fan di MJ sono degli omologati, ” Scritti Corsari” non l’ho scritto io!

Poi è arrivato qualcuno che ha detto ” L’Arte sfugge a qualsiasi definizione, se ne fotte”.
Descrivere un oggetto senza concettualizzare un soggetto è uno dei classici errori logici.
Non posso dire cosa fa qualcosa se primo non spiego di chi non sto parlando.
Affermare che l’Arte non è definibile è prudente, vuoto e sopratutto pericoloso. Il motivo?
Potrei affermare che tutto è Arte, che Britney Spears è Mozart e che i film con Lino Banfi sono come Bergman: negare l’Arte in questo modo equivale ad ucciderla.
Piuttosto che dire cos’è l’Arte, cosa difficilissima, possiamo riprendere i concetti di Schiller è sostenere cosa essa non sia.
Secondo le mie conoscenze e seondo quelle del mio utilissimo amico MJ non è Arte; poi può piacere, ma può piacere lo stesso senza pretendere il bollino di qualità.

Il pensiero nasce con l’intento di difendere e promuove certe produzioni, dalla pressante minaccia di un sistema che pian piano le sta distruggendo.
Distruggendo come? I classici stanno sparendo, della letteratura e del cinema, i grandi della musica, i veri innovatori, sono soppiantati in grandezza dai grandi delle classifiche e della pubblicità. Sembrerò retorico,ma la mia sofferenza è reale.

La conoscenza deriva dal sapere e l’apprezzamento dipende dalla conoscenza:

Due persone che hanno conoscenze largamente differenti, avranno opinioni largamente differenti sulla musica. Per esempio, una persona che ascolta tanta musica, avra’ opinioni diverse rispetto ad una persona che di musica ne ascolta poca (ma non e’ necessaria la “quantita’”, basta che le due persone ascoltino diversi tipi di musica)

Io posso vantarmi di ascoltare quasi tutti i tipi di musica, quanti dei fan del suddetto posso vantare lo stesso? E voi?

Magari domani mi verranno in mente altre cose da dire, ma credo che per il momento tutto ciò sia sufficiente.





( Cinema ) – Recensione: Martyrs

12 10 2009

Martyrs ” di Pascal Laugier, 2008

martyrsPresentato in anteprima al Festival di Cannes ed ignorato completamente dai benpensanti italici, ” Martyrs ” è il crudelissimo capolavoro di Pascal Laugier, giovane regista dal tocco e dallo spunto estremamente originale e sovversivo. Categorizzabile nel mare magnum del horror, ” Martyrs ” è un rarissimo esempio di reale tensione, dove la suspance, anzicchè configurarsi come elemento focalizzato nell’intera narrazione, diventa impetuoso elemento costante: nel film francese, infatti, la tensione è un elemento che inizia e termina con la proiezione stessa, come un lungo ed affonnoso respiro, e il clichè  – il salto sulla poltrona dove l’apparente quiete – è superato ridefinando per intero la scelta del ritmo. ” Martyrs ” è un storia di torture, di estreme efferatezze e del voluttuoso senso di vendetta e rivalsa: una giovanissima donna fugge da un aguzzino, quindici anni dopo decide di vendicarsi sterminando i suoi carnefici e la loro famiglia, l’incubo riprende negli occhi della seconda protagonista ( amica d’infanzia della prima fuggitiva ) con il velo esoterico e metafisico delle motivazioni che hanno indotto le torture alle giovane ragazze: il mistero della morte. Nell’enorme brutalità delle immagini, Laugier sa affiancare al sangue, alla carne, il divino: un intreccio davvero raro di poesia e traculenza, turbata solo da qualche leggera banalità di troppo, tale da eliminare, tuttavia, lo status di capolavoro all’opera. Un eccellente e rivoltoso film contro la banalità del genere.

Voto: 6 su 7





( Attualità ) L’ Opinione: Finalmente Il Fatto Quotidiano

16 06 2009

travaglio-25L’allegrissima condizione ” semifascista ” del Bel Paese presenta, come nel più classico dei clichè repressivi, un’informazione, sia su carta stampata che a livello ” catodico “, praticamene nulla in quanto a dignità. E’ notizia di pochi giorni fa che un gruppo di giornalisti italiani ( Travaglio, Gomez, Padellaro, ecc ), tra i pochissimi con vero spirito professionale, hanno ideato un nuovo quotidiano, pulito, sincero, di denuncia e contenuti, che comparirà nelle edicole ai primi di settembre. ” Il Fatto Quotidiano “, questo il suo nome, andrà a colmare ( e noi ne siamo più che certi! ) quel vuoto di libera informazione che da troppo tempo ( Montanelli, Biagi ) latita in Italia.
Esente dal suidicida ” finanziamento pubblico”, estraneo da amicizie partitiche e da lobby di CdA, ” Il Fatto Quotidiano ” rappresenta una delle rarissime speranze per cambiare realmente questo Paese-Parodia. Nonostante abbia fin da subito io abbia espresso ( nella filosofia del mio blog ) la volontà di essere sempre e comunque estraneo a qualsiasi logica di mercato, credo che per questa volta, l’eccezione sia giusta, doverosa ed utile; la questione da me intesa va considerata più di natura morale che commerciale: contribuire a lasciar viviere la libera informazione, ritengo, sia un compito troppo “  alto ” ed urgentissimo, per poter essere mascherato da patinati interesse commerciali. Amen. Per informazioni: www.antefatto.it





(Cinema) – Recensione: Rosencratz e Guildestern sono morti

30 05 2009

” Rosencrantz and Guildenstern are dead ” di Tom Stoppard, 1990

 

rosencrantz-e-guildenstern-sono-mortiDifficile definirla commedia, impossibile non definirla teatrale. Ormai quasi ventenne, ” Rosencratz e Guildestern sono morti ” è l’ ambiziosissimo tentativo ( e vedendo il riscontro di critica ed incassi a dir poco, ingiustamente,  fallimentare nonostante il denigratissimo Leone D’oro alla Mostra del Cinema di Venezia del 1990 ) dell’ arcinoto commedigrafo inglese Tom Stoppard di riprodurre, con il medesimo sapore folle e tragicomico, l’ opera omonima nata nel lontana 1964. Intriso di post-esistenzialismo e di assidui e brillanti riferimenti al teatro dell’assurdo di Beckett ed Adamov, ” Rosencratz e Guildestern sono morti ” narra le vicende,  interpretate magnificamente da Tim Roth e Gary Oldman, di due personaggi minori dell’ Amleto di Shakespear ( appunto Rosencratz e Guildestern ) che vengono convocati dal Re di Danimarca in persona per accertare se la follia che Amleto manifesta sia autentica o inscenata. Diretto con senso dell’ immagine e grande ironia ( geniali e divertentissimi i dialoghi sulla Teoria della Probabilità ), l’opera, trama ed intreccio, non sono altro che una scusa, un pretesto montato dal furbo ed eclettico Stoppard, per mostrare quanto il concetto di senso e di intreccio siano spesso solo mere convenzioni, utilizzate per ridurre e banalizzare la vera complessità dell’ animo e della vita umane. Impersonata dagli attori stessi, a fronte di tutto ciò spicca, oltre che il sentito gusto per la risate ed il dramma, una gigantesca presa in giro allo spettatore ( medio ) ed al suo effimero volere di imprigionare ogni elemento sotto la luce della conseguenzialità. Il senso della narrazione sfugge via in un ventaglio di scene dall’ alto valore scenografico, ricche di simbolismo e patos irriverente. Pirandelliano e brillante, tragico con leggerezza e subliminalmente intellettuale, forse eccessivo nelle motivazioni ( a volte quasi presentuose ), ma indubbiamente folgorante.

Voto: 6 su 7